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Quando l'amore se ne va

28/12/2025 18:22

Lorenza Tronconi

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L'impennata

Ritorna la rubrica di polemiche a cura di Lorenza Tronconi, “L'impennata”. Questa volta, la riflessione verte sul punto di non ritorno del Social Media Manager.

sorry, we are closed

Non me ne vorranno i fan di Mannarino se ho scelto questo titolo al posto di Ave Maria noli me tangere - il risultato è lo stesso: la tangenziale m’ha fatto infrangere.

 

Quest’anno (2025) è stata una scoperta, per molti versi esclusivamente negativa, sul mondo dei/delle SMM; perché da quando Silvio Carnassale è diventato vicepresidente dell’Associazione Nazionale Social Media Manager, la nostra rete di contatti si è estesa molto e la conoscenza di ciò che gli/le addetti/e ai lavori pensano, subiscono e sperimentano ogni giorno ci si è parata di fronte, appunto, come un tir in tangenziale.

 

Per farla breve, abbiamo scoperto molte situazioni infelici, rovinose e assurde di persone che dall’esterno parevano perfettamente realizzate, mentre la realtà era del tutto diversa.

 

A partire da chi cerca lavoro (compresi noi), che si vede sempre proporre contratti a metà tra l’illeggibile e l’illegale, fino a chi uno o più lavori ce li ha già (compresi noi), che lotta quotidianamente contro un sistema di clienti arido e malsano, le domande che alla fine formuliamo sono sempre: devo davvero cercare questo lavoro? Devo davvero continuare questa professione?

 

Pur non avendo mai creduto al fatto che si debba amare il proprio lavoro, dalle confidenze che ci sono state fatte e dalle nostre esperienze personali è stato chiaro che all’interno della professione emergono spessissimo situazioni gravi, come il mobbing e il ghosting. Certo in realtà piccole è più facile che accada, ma quale realtà non è piccola in Italia, dove ogni impero, per quanto grande, si basa sempre su una gerarchia territoriale e famigliare?

 

Quello del Social Media Manager non è un lavoro che si odia per principio, perché, come abbiamo già detto molte volte, è stimolante e tocca molti campi della comunicazione in cui bisogna essere creativi. Ma come succede a scuola, dove i compagni di classe ti indicano col dito e ti dicono brutto, stupido, ciccione, così succede (a volte con gli stessi insulti, e lo dico per esperienza indiretta) che lo facciano anche i tuoi clienti, con la stessa passione per le menzogne e la prepotenza che hanno i bambini dell’asilo quando si vomitano addosso e strillano: “Non sono stato io!"

 

Insomma, arriva per tutti un momento di rottura, quell’istante che dà il nome a questo articolo e succede proprio quando l’amore se ne va. Da “lo so fare anche io a “il tipo della porta accanto chiede la metà”, il discorso è sempre lo stesso: di tutto si fa per de-professionalizzare un mestiere che, con i suoi alti (?) e bassi, dovrebbe essere dato per scontato come tale.

 

Non credo che un idraulico, quando mette piede in una casa allagata, si aspetti di sentirsi dire “il rubinetto me lo potevo aggiustare da solo” o “mio padre lo fa gratis”. Voglio dire: se sai davvero aggiustare quel rubinetto da solo o tuo padre lo fa per farti un piacere, non è l’idraulico a dover giustificare la sua presenza in casa tua. Semmai, sei tu a dover spiegare perché l’hai chiamato.

 

Dunque, cosa succede a un/a SMM che perde la fiducia nel proprio lavoro?

 

E non c'è niente da fa′: a piedi a casa devi ritorna'…

Che, chiosando Mannarino, significa: fare una lista delle priorità, tagliare i rami secchi, ritornare al centro delle proprie scelte. E non voltarsi indietro, mai, neanche per sbirciare un pochino.

 

Quando succedono episodi ripetuti in mesi e anni come quello riportato sopra, non è in discussione la nostra persona, il nostro modo di lavorare. È a tutta la categoria che il cliente sta sparando.

 

Tutta la nostra vita, nel quotidiano, ce lo dimostra: i grandi dolori, i lutti, così come le piccole gioie, che sono perennemente schiacciate dall’ansia di stare ad aspettare una risposta, alle 23 della sera di Natale, per il post del giorno dopo, visto che nessuno “ha avuto il tempo” o “ci sono state cose più importanti”… come ad esempio uscire a buttare la spazzatura.

 

Se la situazione che ci ha fatto arrivare al punto di avere solo disincanto e disgusto dal nostro lavoro è questa, è bene che cominciamo a tirare una riga su un foglio, calcoliamo entrate e uscite e poi, se possibile, diciamo ciao ciao con la manina a chi ci ha resi così fragili da non credere più nella nostra formazione, nella nostra esperienza e nella nostra capacità di interagire con gli altri.

 

Qualche articolo fa scrivevo del fatto che non sarà l’AI a portarci via il lavoro, finché avremo un certo tipo di rapporto con i nostri clienti. E lo ribadisco con forza. Il nostro è un settore bagnato di sangue, in cui non sono certo gli strumenti che noi stessi usiamo a farci paura, ma le persone con cui dobbiamo interagire. E questo non è sano, non è giusto e non è accettabile, professionalmente e umanamente parlando.

 

Ma come si reagisce nella pratica alle brutte esperienze? Imparando a dire di no, in primo luogo; accettando il fatto che stare fermi, a volte, paga più di agire; raccogliendo sempre prove a nostro carico, in quel grande archivio di cui parlava Giulio Andreotti; cercando di separare la nostra vita privata da quella lavorativa; razionalizzando i fatti e de-mitizzando le situazioni, in modo che ci risultino più generiche e meno personali; e facendo rete, ovvero contattando altri/e SMM per raccontare come ci sentiamo, senza avere paura di passare per falliti. Ci sarà sicuramente qualcuno che terrà la testa alta, ma la maggior parte spalancherà la bocca urlando: “Mi è successa la stessa cosa il mese scorso!”

 

Spero vivamente che nei prossimi anni possa esserci un cambio di rotta per chi fa questo lavoro, un modo per essere davvero rappresentati e tutelati senza filtri. Altrimenti, le nostre black list interne diventeranno chilometriche e allora, alle altre critiche, dovremo aggiungere anche quella che nessun SMM vuole lavorare più.